Sono stato prigioniero di Mao

Appendice

DI P. FORTUNATO TIBERI

    P. Fortunato Tiberi è un Missionario sulla trentina, partito per la Cina nella fine del 1947. Il trionfo dei comunisti di Mao lo trovò a Pekino, all'inizio del 1949. Nell'agosto del 1952, espulso dalla Cina, si rifugiava al Convento francescano di Hong-Kong, i cui frati lo accusarono di essere comunista. Un frate comunista! Che cosa gli era mai accaduto? Era veramente comunista? Dopo il suo ritorno in Italia lo abbiamo avvicinato. La nostra qualità dì Missionario espulso dalla Cina gli ha ispirato fiducia. E ci ha raccontato così, fraternamente, qualcosa della sua vita nelle prigioni di Mao.
    P. Tiberi ha scritto anche un libro sulla vita sua in Cina. È intitolato così: COME DIVENNI COMUNISTA, ed. Abes, Bologna 1953, L. 500.
    Questa è come un’intervista col Padre Tiberi.

    D. La tua prigionia quanto tempo è durata!
    R.
Sono rimasto prigioniero di Mao per undici mesi, dal 30 settembre 1951 ai primi di agosto del 1952.

    D. È vero che hai fatto professione di comunismo e ti hanno fotografato in atteggiamento comunista?
    R.
Che mi abbiano fotografato in atteggiamento comunista, col pugno chiuso, mentre mi facevano leggere la promessa di lavorare per il trionfo del comunismo è verissimo. Le cose andarono così:
    Mi fecero richiamare obbligandomi ad indossare la veste cinese. Entrato nella sala degli interrogatori la trovai addobbata in maniera solenne, con bandiere e grandi ritratti di Leniti, Stalin, Mao Tse Tung e con fiori. Oltre al giudice, c'erano altri ufficiali, che sembravano soltanto spettatori e un interprete. Mi diedero un foglio su cui stava scritta la «promessa» che io dovevo leggere. Prima che cominciassi a leggere, il giudice mi obbligò a tenere il pugno destro alzato e, mentre leggevo in quell’atteggiamento, uno degli ufficiali mi si avvicinò rapido e mi prese una fotografia al magnesio.
    Penso che tale fotografia in atteggiamento di perfetto comunista me l'abbiano fatta per servirsene contro i cristiani di Pekino. Alla loro costanza nella fede, i rossi avrebbero detto — come, del resto, fecero in altri casi del genere — che non era proprio il caso di persistere nel credere a Dio, al Paradiso, a Cristo, alla Madonna, ai Santi, dal momento che lo stesso Padre che aveva loro insegnato tali superstizioni, aveva abbandonato il Cristianesimo e si era fatto Comunista.
    Lei vuole sapere se quella mia professione di collaborare per il trionfo del Comunismo fosse sincera. Ebbene non saprei dire esattamente quale fosse il mio stato d’animo in quei giorni tragici della mia prigionia. Ero allora veramente convinto di alcuni principi della dottrina comunista che avevo dovuto imparare durante il lungo periodo di indottrinamento? A questa domanda non oserei rispondere di no.
    È un fatto che nei primi mesi della mia prigionia, durante l'esperienza di quei terribili tormenti, non vedevo l'ora di uscire, per predicare a tutto il mondo la malvagità satanica che il sistema comunista usa per far confessare alla vittima quelle cose che servono per la propaganda dei comunisti stessi.
    Quando invece, durante l'indottrinamento, mi si prospettava una certa probabilità di liberazione, quell’idea la scacciavo come una tentazione. E quando realmente seppi la notizia della espulsione feci il proposito di non voler dire niente a nessuno delle mie esperienze passate.
    Pesava su di me un doloroso complesso di paura. Ero arrivato, fra i tormenti fisici e morali, a promettere di scrivere dall'Italia ai comunisti Cinesi, ogni tre mesi, delle informazioni politico-militari. In cuor mio mi ripromettevo di soddisfare tale impegno inviando una qualche relazione su scioperi, casi pietosi ecc.

    D. Hai scritto qualche lettera a Pekino?
    R.
No, dall’Italia non ho scritto, ma da Hong Kong si. Ne scrissi una narrando il mio viaggio e descrivendo la «poveraglia» che avevo visto nel porto di Hong Kong, cose che non si vedevano più a Pechino.

    D. Come ti hanno trattato in prigione? Hai parlato di terribili tormenti. Di che si tratta?
    R.
È difficile raccontare tutto. Dirò qualcosa qua e là.

    1. La mia prima notte di carcere.
    Spogliato di ogni oggetto personale mi ficcarono in una stanza puzzolente dove giaceva un’altra persona. E mi ordinarono di sdraiarmi con i piedi rivolti alla porta.
    Nel buio della cella mi gettai sulla coperta in cerca di riposo.
    Ma immediatamente dallo spioncino della porta venne appesa una lampada elettrica che batteva proprio sugli occhi. Mi alzai allora e bussai piano piano alla porta. Volevo pregare il soldato di....
    «Perchè non hai chiesto il permesso di alzarti? Credi di essere a casa tua qui?»
    Così dicendo mi puntò la pistola sul petto. Gli spiegai che chiedevo di poter dormire con la testa verso la porta per non essere disturbato dalla luce.
    Per tutta risposta mi diede uno spintone carico di imprecazioni minacciose. Dovevo ricordarmi che non ero a casa mia. Passai così la mia prima notte: insonne e tormentata da previsioni tristissime per l'avvenire.
    Il mattino mi fecero alzare e mi obbligarono a sedermi per terra, senza appoggiare le spalle al muro ricordandomi che era assolutamente proibito qualsiasi movimento. Una cosa decisamente inumana. Il cibo quotidiano in quei giorni di tormento era costituito da due o tre tozzi di granoturco della grossezza di un uovo, un pizzico di circa gr. 10 di erba e una tazza di acqua calda. Il tutto servito in due tempi senza orario fisso. A volte si faceva digiuno assoluto.
    Ah, quale supplizio! il dover restare sempre seduti così per ben dieci giorni per ore e ore, senza potersi muovere di un centimetro.

    2. L'interrogatorio del 7 novembre.
    Dopo avermi annunciato che ero già stato condannato a morte, mi offrirono — per magnanima bontà del governo — l'ultima occasione di salvarmi confessando quei delitti dei quali mi si accusava.
    Vollero sapere l'indirizzo del Delegato Generale dei Frati Minori in Cina. Avendo io risposto che non lo ricordavo, il giudice scattò rabbioso e ordinò che mi ammanettassero. Le mani così strette dietro la schiena mi strapparono qualche grido di dolore. In piedi senza diritto al minimo movimento, ammanettato così, l'interrogatorio durò tredici ore consecutive.
    E quando il giudice si stancava, allora mi faceva voltare con la faccia al muro e dovevo così recitare a voce alta tutto il racconto della mia vita, una due o più volte, fino a che egli non riprendesse l'interrogatorio. Non avevo ancora finito di accorgermi che mi avevano riportato in cella che già mi facevano rialzare e mi riportavano davanti al giudice. Siccome le mie risposte rimanevano sempre quelle, il giudice ordinò che le manette fossero sostituite da due ordigni speciali fatti a ferro di cavallo che si incastravano l'un l'altro per i loro rebbi forati. Tali ferri hanno giusto la curvatura dei polsi, talchè le mani dovevano stare nella posizione di chi ha le mani giunte, ma con i polsi strettamente aderenti l'uno all'altro dietro la schiena. Per ottenere che i polsi aderissero così, dietro la schiena, fu necessario lo sforzo di tre soldati; ne provai tale dolore come se mi avessero spezzate le spalle.
    Così ridotto fui costretto ad accoccolarmi tenendo la testa e il petto eretti, e i piedi uniti e senza alzare i calcagni dal pavimento.
    È una posizione in cui si resiste solo per qualche attimo: io cadevo subito all'indietro a peso morto sulle mani legate. Allora le guardie con calci e spintoni e col calcio del fucile mi spingevano a rialzarmi. Non so dire quanto dolore disperato mi tormentava in quei momenti. Aiutandomi con le spalle e con la testa, dopo lunghi sforzi, riuscivo ad alzarmi. Ed ecco che di nuovo dovevo accoccolarmi. Ricominciava il calvario.
    Dopo essermi rialzato una decina di volte, non ne ebbi più la forza e rimasi disteso per terra scongiurando il giudice a volermi fucilare.
    La risposta venne a rimbombare sinistramente sul mio terrore: «Sarebbe troppo a buon mercato per te, scontare con una pena di pochi minuti la colpa di una vita intera di misfatti...».
    Poi svenni e non ricordo cosa successe. Solo fui richiamato alla realtà, nella cella, da l'urlo delle guardie: «Chi ti ha dato il permesso di dormire? Il giudice ha dato ordine di farti stare in piedi».
    E mi alzarono proibendomi di fare il benchè minimo movimento.
    In quei momenti quanto mi parvero crudeli anche le pulci e i pidocchi che mi rodevano senza che potessi difendermi!
    Quando fu l'ora del cibo la guardia tentò di aprirmi i ferri ma
    le fu impossibile per il gonfiore pauroso delle inani e dei polsi. Allora mi buttò quella roba per terra e dovetti mangiare così, come mangiano i porci.
    Sentendo freddo ai piedi pregai la guardia di riprovare a togliermi i ferri onde potessi mettermi le scarpe.
    «Mettiti le scarpe con la bocca, come hai fatto per mangiare!...».
    Quando venne l'ufficiale riuscì a togliermi i ferri, ma le bracciami rimasero inerti e insensibili; parecchi altri giorni dovetti mangiare sdraiato per terra come un porco....
    Quel tormento durò otto giorni. Otto giorni e otto notti senza poter chiudere occhio e già da 24 ore in piedi, immobile.
    Non so dire quanto desiderai morire in quei giorni.

    3) Ancora interrogatori.
    La notte seguente continuarono gli interrogatori. Le mie risposte non piacquero al giudice che mi fece ricondurre in carcere con l'ordine di rimanere in piedi con gli occhi verso la lampadina.
    Cominciai a delirare. Mi bruciavano gli occhi. Scongiurai la guardia di permettermi di chiudere gli occhi. Mi sarei magari tenuto sulla punta dei piedi per far vedere che non dormivo, ma che mi lasciasse chiudere gli occhi che restavano aperti da nove giorni e nove notti. E mi fu negato.
    I deliri cominciarono sempre più frequenti. Fu durante uno di quei deliri che io dissi: — «No, non la voglio» — (avevo visto nel delirio che una guardia mi offriva una caramella). Quelle mie parole fecero intervenire la guardia che, per punirmi per aver parlato, mi fece fare «l'accoccolamento» fino a che svenni. Riprendendo i sensi mi trovai con le gambe paurosamente gonfie fin sopra le ginocchia: erano già quattro giorni e quattro notti che stavo in piedi.
    Nell’interrogatorio della notte successiva scongiurai il giudice che mi riducesse quei tormenti o col togliermi le manette o col lasciarmi sedere o almeno dormire.
    Per tutta risposta mi fecero mettere i «ferri» invece delle manette. Ritornato in cella caddi a terra e non valsero i calci e i colpi delle guardie a farmi rialzare. Avrei preferito morire.

    D. E ora cosa fai in Italia?
    R.
Vado raccontando alla gente la mia incredibile disavventura e i tormenti miei inumani.

    D. E ti crede la gente?
    R.
No; molte volte la gente non mi crede.
    Dicono che sono menzogne le mie affermazioni. E io li capisco quegli uomini nella loro incredulità; sono cose così inumane che par fino impossibile che siano vere opere di uomini.
    Non mi sgomento però. A quella gente io dico con tutta franchezza: «Non mi credete? Ebbene, io vi auguro che il comunismo venga anche qui da voi, dominatore al governo. Vi auguro di poterlo sperimentare. Solo allora capirete che il missionario perseguitato e torturato aveva detta la verità».
    E sono contento ugualmente. Perchè mi pare d’aver così data testimonianza alla verità.

Meraviglia?

    Abbiamo raccolte così, un po’ disordinate alcune testimonianze. Ripetiamo che è stata intenzione nostra quella di seguire più l'esperienza dei testimoni che la logica naturale degli argomenti.
    Ci pare comunque che un pensiero logico scaturisca ugualmente. Quei pochi fatti elencati non debbono fare meraviglia nella loro crudeltà inumana.
    L'applicazione, sia pure tatticamente ridotta, dei principi del marxismo leninista non avrebbe potuto dare frutti migliori, E soltanto la tattica della progressività spiega l'assenza di una forma decisa di persecuzione martirizzante.
    Gliè che i martiri sono i più irriducibili avversari dei persecutori.
    E anche i comunisti hanno imparato a combattere la Chiesa con lo slancio di Hitler ma con la scaltrezza del doppiogiochista.